Il cantico del pellegrino

Se le fragili luci dell’uomo 
sussultano nell’oscurità
e fanno ancora meraviglia allo sguardo di chi coglie briciole di bellezza,
cosa mai potrebbero essere quelle stelle del cielo 
se solo potessimo davvero alzare lo sguardo?

Bellezza infinita di un Padre
che ce la diede gratuitamente 
in un palpito d’amore 
posto tra terra e cielo.

Poi quando tra i campi 
il suono dei passi si moltiplica 
cosa sarà mai un sentiero lungo nella solitudine abitata
e quale tempo c’è per poter maledire il dolore dei piedi?

Nell’ascoltare la melodia che accompagna 
nel raccoglimento del cuore 
scopri un dialogo sottovoce
proprio dove le mani di Dio battono più forte il terreno ancor prima dei tuoi passi.

Non più da solo con lo zaino in spalla
in un vento abitato che trascina su in cima 
dove far rotolare enormi massi 
e sognare che più in alto di lì si può andare

attimi lunghi come ore 
dolci al loro scoccare,
cos’è ormai il tempo 
quando l’anima trova la sua dimensione
e sogna quella notte attesa 
per contemplare le stelle?

Cammina quando il sole è caldo
e quando la luna sorride
sotto l’alto cielo e tra le rocce 
e loda quella scintilla del primo passo.

Pellegrino quanti passi hai nei piedi 
e quanti volti negli occhi 
e quante voci nel cuore?

Sorprendi il tuo abisso con una lode 
così le salite saranno ascese
ma la fatica si sente 
e la voce del pastore si perde 
ma già ha lasciato le tracce
sulle quali può volare il tuo occhio.

Laudato sii mi Signore 
per quello zaino che mi hai messo in spalla 
e per quei piedi che ormai sono duri.

Laudato sii mi Signore 
per il mio cuore ferito dai tuoi silenzi 
così ha imparato ad essere vero
e per le piaghe sulle mani 
così hanno imparato ad essere dolci.

Laudato sii mi Signore 
per l’anello al dito 
che mi doni ad ogni mio ritorno
perché ancora il tuo è amore sponsale 

e chissà che via imboccheró ancora per Te… con Te…

…comunque vada sarà un cantico.
Laudato sii mi Signore.

La realtà delle meraviglie

In un delirio di limite,
come il cappellaio matto
mi chiedo perché un corvo assomigli ad una scrivania
e sparisco come lo stregatto

in una realtà di carta 
dove ci sono troppi quadri
con continue picche
dove sgomitano i fiori
ed alla fine i cuori fanno effetto domino 
e cade tutto giù
sotto una massima del blucaliffo.

Una realtà delle meraviglie
dove ogni tanto si sfugge dal ciciarampa
ma non si perde mai l’ora del the 

sempre con l’orologio nel taschino
ed un occhio all’orizzonte
tra i cerchi di fumo 
e giorni di deliranza…

…ma perché un corvo assomiglia ad una scrivania?

Fame

Chiamati all’esistenza
per essere migliori di chi ci ha messi al mondo 
eppure per qualche strano gioco 
ci troviamo sempre un passo indietro
tra una generazione e l’altra

come se un abisso diventasse sempre più grande 
e l’uomo a vette che toccano il cielo 
sempre più piccolo e viziato
come un bambino stanco e inappetente
e ormai non succhia più dal seno della vita sua madre
quasi fosse disinteressato all’unica certezza
che germoglia dall’aprire gli occhi 
sapendo di essere.

Ma sono certo che prima o poi
la madre vita sarà di nuovo gravida 
di grandi uomini 
capaci di darle doglie nel parto 
che abbiano fame di lei…

Vita da vita

È la storia di un militare 
che lavorava in un arsenale 
fiero e lesto in ciò che faceva 
diverse notti il sonno perdeva 

una notte in treno 
con un urlo si svegliò
una donna partoriva
ed il volto le si schiariva

sbuffava e gridava per il dolore 
ma ad aiutarla c’era un dottore 
poi ecco il tanto atteso e sospirato pianto 
un nuovo miracolo era nato.

Pianse di gioia il militare 
di una storia così ne aveva sentito solo parlare 
ed ora con i suoi occhi aveva visto 
come quella sera la vita aveva vinto

e così lasciò l’arsenale
non voleva più far del male.

Capì che la vita nasce solo dalla vita 
e mai più di distruzione voleva macchiarsi
quel peccato di dosso voleva scrollarsi 
e visse la sua vita con la luce negli occhi 
che nessuno poteva rubargli

finalmente credette nei miracoli

Il cavaliere gentile 

Il cavaliere dalla bianca bandiera 
non voleva usare la sua spada 
e cavalcava le colline 
che sorridevano al suo passaggio 

trovó la sua bella a valle una sera 
e camminarono insieme
lontano andarono
e buio trovarono 
ma il cavaliere gentile ancora rideva
e la sua bella non temeva
insieme erano tutto 
e sventolavano la bianca bandiera 

una notte lunga e tormentata 
la bella piangeva 
e il cavaliere levata alta la bandiera 
sguainó la spada contro i suoi demoni 
non voleva vederla piangere 

la salvò e lontano fuggirono
verso altre ombre 
ma insieme ridevano 
l’alba sorgerà e brillerà ancora 
la spada del cavaliere gentile 

finché l’ombra non si addormenterà

Il paese

Che si conosca la storia di un paese 
verde come i boschi 
bianco come la calce 
rosso come il sangue 

l’italiaccia degli scandali 
di pane e ignoranza 
razzismo e fuliggine 
di fuochi e veleni 

di storie già sentite
di lamenti connessi 
lacrime e pensieri 
di evadere e tacere.

Che si conosca la storia di un paese 
verde come i conti 
bianco come i fogli 
rosso come le ciliegie 

l’italietta del cittadino medio 
quella dove si piange 
dentro e fuori lo schermo 
dell’audience e par condicio

del ciccione armato di birra e opinione
della madre che dorme a casa
e i figli al nido
quella dove un cane merita più di un aborto.

Che si conosca la storia di un paese 
verde come la speranza 
bianca come la coscienza 
rossa come il cuore 

l’Italia di poeti e navigatori 
cultura e bellezza 
di costruttori e ricercatori 
di bandiere e sogni 

del lavoratore onesto 
dell’uomo con la mano tesa 
dei bambini che corrono tra i campi 
di chi ancora sogna se stesso ogni mattina.

Dove…

Lo stesso cielo
lo stesso sole

la stessa faccia nello specchio
gli stessi sogni da mesi
giorni uguali da anni

uguale a ciò che sono 
a ciò che ero 
e forse sarò

cos’è che cambia?

la prospettiva 

e tu…
da dove guardi?